A Sciara, un piccolo paese in provincia di Palermo la Mafia ha messo le proprie radici, basandole sul ricatto e la prepotenza nei confronti della povera gente. Salvatore, giovane contadino, dopo due anni di continente torna in Sicilia e riprendere con maggiore coscienza la lotta contro i privilegi, l'ingiustizia, i soprusi. La Mafia decide di eliminarlo.
Un uomo da bruciare trae la sua ispirazione dalla vicenda di Salvatore Carnevale, un giovane sindacalista ucciso dalla mafia nel 1955 ma si discosta molto dalla epica ricostruzione della vicenda narrata dai cantastorie dell’epoca, ma anche dal poeta dialettale Ignazio Buttitta e dallo scrittore Carlo Levi.
La Sicilia di Un uomo da bruciare, la Sicilia di Salvatore Carnevale, il sindacalista ucciso dalla mafia a Sciara é assai diversa e lontana, non solo cronologicamente, ma ideologicamente dalla Sicilia di Kaos. Come diversi e distanti sono i personaggi e la portata immediatamente letteraria del suo mediatore. Salvatore è un uomo moderno e il suo antico dolore non ha più il peso della rassegnazione rispetto all’umanità derelitta di Kaos. Egli è un uomo che “cerca di capire”, nei modi concessi a un contadino siciliano che vive tra mafiosi e zappatori e con i limiti primitivi della lotta per la terra. Egli non è uno spettatore o ancor peggio una vittima, ma un protagonista: un eroe; un eroe non scevro da difetti e contraddizioni, un eroe forse troppo umano, ambizioso, egocentrico, ma pur sempre eroe, in una Sicilia martoriata dal prepotere della mafia dalle lotte per le terre e dal sacrifico di decine e decine di sindacalisti. Una terra di tali conflitti permetteva ai Taviani di affrontare un tema complesso attraverso una materia semplificata al massimo, che va dritta ai fatti senza indulgere alle improvvisazioni neorealistiche di un cinema del passato o agli alibi dello sperimentalismo di un cinema del presente. Eppure Un uomo da bruciare è opera lucidamente innovatrice, priva di schematismi manichei tra bene e male; smitizzante luoghi comuni, spoglia di ogni aura leggendaria, malgrado il personaggio cominciasse a entrare nella mitologia del capolega che muore come Gesù Cristo per la liberazione dei suoi contadini dal gioco dei feudatari e dei campieri mafiosi, cantato nella ballata già famosa del poeta dialettale Ignazio Buttita, che collabora al film per i dialoghi siciliani, e, attraverso le superbe pagine di un reportage di Carlo Levi, narrato dal racconto, asciutto, drammatico e commovente della madre di Carnevale, donna-simbolo di una Sicilia, che con il sacrificio del figlio prende coscienza, accusa, lotta, resiste. Lo stesso paesaggio siculo, una Sicilia asciutta e arida, ma scevra da ogni paesaggismo colto e da ogni inclinazione sapientemente folkloristica, non ha nulla che possa rientrare nella leggenda e nella mitologia meridionalistiche, essendo anche esso, dunque, sottoposto al generale processo di demitizzazione.
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