In un paesino siciliano, la giovane Agnese viene circuita e sedotta da Peppino, fidanzato della sorella Matilde. Tornata a casa, la ragazza non riesce a nascondere le ragioni della sua inquietudine e viene scoperta dai genitori. Il padre Vincenzo Ascalone, in preda ad un attacco di collera, avuta la conferma della sua gravidanza, corre a casa di Peppino e lo malmena davanti ai suoi genitori, obbligandolo a sposare la figlia disonorata e rinunciare alla mano di Matilde. Ma il giovanotto è un vigliacco e, con la scusa di non volersi unire in matrimonio con una donna svergognata, prende tempo e organizza in fretta la sua fuga, aiutato dai familiari. Accortosi della gravità dell’inganno, Vincenzo chiede aiuto ad un avvocato e pianifica un regolamento di conti in cui coinvolge anche il figlio Antonio, che parte alla ricerca del nascondiglio di Peppino per giustiziarlo. Nel frattempo Agnese, venuta a sapere delle intenzioni di suo padre, avvisa la polizia, che giunge appena in tempo a fermare il delitto. Entrambe le famiglie sono ora davanti al tribunale, in attesa che venga discusso il loro caso: senza esitazione, il pretore condanna Peppino per il reato di violenza sui minori. Ascalone, che potrebbe evitargli la galera, adesso si rifiuta di concedere la mano di Agnese obbligandolo ad inscenare un falso rapimento che estenua ulteriormente la ragazza e la costringe ad un secco rifiuto delle nozze, causando al padre un collasso che gli sarà fatale. Oramai svilita, Agnese accetterà di sposare Peppino, mentre Matilde si chiuderà in un convento.
Caustica e cinica satira di una Sicilia bigotta, Il film ironizza in modo più che sardonico su quella realtà, in cui salvare il cosiddetto "onore" è di importanza vitale, in cui sono le apparenze quelle che contano - memorabile la scena in cui il padre della ragazza costringe tutta la famiglia, appena usciti dal commissariato, a ridere per far credere alla gente che si era trattato di un malinteso - e le donne hanno l’importanza di un soprammobile. Sicilia questa che all’epoca di Germi esisteva ancora. Incantevolmente dimessa la Sandrelli e prepotentemente sanguigno il grande Saro Urzì. Germi non è mai stato così pungente e sferzante, con un stile icastico da lasciare a bocca aperta.
Un caposaldo della "commedia all’italiana, Sedotta e abbandonata, quarto film del regista girato sull’Isola, segue cronologicamente, nella filmografia di Germi il suo capolavoro Divorzio all’italiana e ne segue anche il filone: una satira amarissima delle assurdità della giustizia italiana e un atto di accusa all’inciviltà del codice giuridico. Non sono mai allegri i film di Germi e non lo é “Sedotta e abbandonata pur pervaso da una vena pesantemente satirica e grottesca. Le concessioni al macchiettismo da commedia nostrana finiscono per essere, nelle mani dell'autore, addirittura funzionali all'equilibrio del racconto. Galleria di personaggi brutti sporchi e cattivi su cui il regista si accanisce con zoom e obiettivi deformanti, con le armi della natura incattivita e della farsa acida.
Scritto da Germi con Age, Scarpelli e Vincenzoni che ebbero un Nastro d'argento come Saro Urzì (attore protagonista, premiato anche al Festival di Cannes) e Leopoldo Trieste.
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